comunicazione

Mail obbligatoria? Prima ci provo senza!

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Del perché si creda che gli utilizzatori di un servizio siano stupidi non c’è memoria storica. E’ da sempre così: chi progetta o sviluppa tende ad etichettare le persone come “utonti” (sì, la “o” è voluta) salvo poi commettere errori banali che complicano l’esperienza d’uso e riducono il tasso di conversione. La considerazione del titolo di questo post, sicuramente superficiale, è nata proprio dall’analisi di una mia dimenticanza.

Il fatto

Succede che pubblico la nuova versione di un sito che raccoglie diverse migliaia di iscritti al giorno, ma durante alcuni test mi segnalano che il form di registrazione non funziona correttamente su Google Chrome. Nello specifico il form è stato realizzato in Flash (per motivi storici che ora non sto a spiegare) e sembra che con il browser citato non sia possibile digitare il carattere “@” nel campo della mail. Piuttosto controproducente, no? 😉
Non c’è tempo di cercare soluzioni o di rifare i form in Flash, questo per via della necessità di un rilascio immediato e anticipato rispetto la scadenza (ricordate il discorso sullo stress della pubblicazione?). Con il gruppo di lavoro optiamo quindi per il workaround più veloce, cioè l’utilizzo della versione alternativa del form in HTML/CSS. Realizzato, testato, pubblicato.

Qualcosa non torna

Analizzando le statistiche del sito nelle ventiquattr’ore seguenti e confrontando i numeri con le nuove anagrafiche in DataBase si evince che ci sono più tentativi di registrazione per ogni utente registrato con successo. Indagando meglio scopriamo che non abbiamo inserito alcun controllo sui dati “lato client”, ma solo “lato server” (dannata fretta!). Cosa significa? Semplice: il form in questione conteneva una serie di campi pre-compilati tramite tendine select ad eccezione di uno, la mail, che le persone non riempivano con il loro indirizzo. Cliccando per procedere il sistema inviava i dati allo script il quale avvisava l’utente della dimenticanza, questo tornava indietro, riempiva il campo mail e procedeva, completando di fatto la registrazione.

Imparare dagli errori

Mea culpa: ho dimenticato di far sviluppare un controllo preventivo sui dati inseriti nel form, cosa che invece era presente nella versione in Flash. Detto questo cerco di vedere il bicchiere mezzo pieno – e svincolarmi con classe dalla dimenticanza 🙂 – aggiungendo che abbiamo inavvertitamente sottolineato un comportamento tipico: l’avversione nei confronti dei form da compilare e soprattutto del fatidico campo mail (l’oro del web).
Su circa 10.000 conferme/errori abbiamo circa 3.000 registrazioni a buon fine, significa che come minimo il 30% di chi ha compilato il form ha provato a proseguire senza inserire la propria mail. Insomma quando l’obbligatorietà del campo mail è poco chiara, nel dubbio, l’utente prova a non metterla. Allo stesso modo quando l’obbligatorietà di un dato non viene esplicitamente indicata, l’utente preferisce non riempire tale campo.

Da questo si deducono tre importanti insegnamenti:
1- quando l’inserimento di un dato è facoltativo conviene proprio non metterlo nel form (migliore esperienza utente, maggiore conversione, l’infinitesima percentuale di persone generose non offrirebbe alcun vantaggio)
2- se proprio bisogna inserire anche i campi facoltativi conviene indicare sempre e con estrema chiarezza quali sono invece obbligatori
3- in base all’obiettivo del form è bene inserire anche dei controlli sui dati “lato client”

Convegno AICEL: come costruire la fiducia in rete

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Live blogging e qualche appunto da Desenzano del Garda. Parla Roberto Scano di IWA.

I cataloghi elettronici stanno affiancando e sostituendo quelli cartacei, di conseguenza il consumatore cerca in rete siti credibili per effettuare i propri acquisti. E allora bisogna chiedersi: cosa fare per essere credibili sul web?

Una ricerca di Stanford Persuasive Technology Lab ha completato una ricerca con 5.000 utenti e vari metodi come laboratori, questionari, esperimenti su contenuti e analisi varie. Sono arrivati a definire dieci semplici regole:

  1. avere un sito web dall’aspetto professionale, design
  2. rendere semplice la valutazione dell’accuratezza delle informazioni, cioé “fidati, possiamo provarlo!” grazie a contenuti e recensioni di terzi che possano dare maggior valore al prodotto offerto
  3. far capire che dietro c’è un’azienda reale, inserendo dati CCIIA, certificazioni, indirizzi e recapiti, telefoni, foto dell’azienda dall’interno
  4. evidenziare l’esperienza in azienda, cioè “noi siamo i migliori” valorizzando gli esperti del nostro team, le associazioni di cui facciamo parte, certificazioni
  5. evidenziare l’onestà di chi opera nell’azienda, cioè siamo bravi ed accoglienti e dietro a queste pagine elettroniche ci sono davvero delle persone, ad esempio evitando mail impersonali come “info” e “commerciale”, ma puntando su nome e cognome
  6. garantire un facile contatto con il cliente, cioè siamo sempre raggiungibili grazie a telefoni, indirizzi, orari di apertura
  7. avere un sito facile da usare e ricco di funzioni/contenuti utili
  8. aggiornare spesso i contenuti, ad esempio tramite un blog, mettere ala data dell’ultimo aggiornamento, dare un senso di cura e nuovi prodotti innovativi
  9. moderare l’uso di pubblicità, meno confusione, separare chiaramente i contenuti del sito dai contenuti pubblicitari e se proprio bisogna inserire pubblicità farlo con tematiche coerenti
  10. evitare qualsiasi errore, cioè controllare testi, bug, situazioni bloccanti

Consigli vari: farsi conoscere nelle community a tema, consentire i commenti agli articoli e prodotti, offrire contenuti multimediali di presentazione dei prodotti, fare network con i proprio collaboratori, mantenersi aggiornati sulle novità a tema tramite RSS, monitorare cosa la rete dice di noi e conversare.

Robbe’, ma 28 pagine di curriculum non sono un po’ troppe? 😛

e-Commerce: poca chiarezza sulle spese accessorie

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e-Commerce: la chiarezza è importanteLa prima cosa che mi aspetto di trovare su un sito che vende online è un prezzo chiaro e dettagliato: prodotto + spedizione. Purtroppo questo non capita sempre e, anche se mi sono abituato a cercare asterischi e minuscole note nelle offerte, qualche volta… cado ancora nella trappola (nonostante il tipo di lavoro che faccio e le diverse esperienze di acquisto sul web!).

Mi è successo recentemente: cerco online un prodotto non disponibile nel negozio vicino casa, lo trovo sul sito Giochinscatola.it dove – che fortuna! – è anche in offerta, il prodotto costa solo 9,95 euro e lo aggiungo al carrello.

Vengo portato sulla pagina di riepilogo, ma qui non sono indicate le spese di spedizione (continuando verso la “Cassa” mi obbliga alla registrazione), quindi non conosco ancora il totale del mio scontrino. Così mi rimbocco le maniche e cerco nelle pagine del sito informazioni più precise sulle spese di spedizione, scopro che sono un forfait di 9 euro, consegna in 1 giorno lavorativo, tramite corriere. Bene, torno indietro, mi registro e continuo. Dopo il login il sito mi mostra il riepilogo comprensivo delle spese di spedizione; nella stessa pagina scopro anche la possibilità di rititrare gratuitamente il prodotto presso un “pick-up point” se non ho particolare fretta. Ottimo, io non ho fretta: cerco il punto di ritiro più vicino e opto questa strada azzerando le spese di spedizione (a saperlo prima, grr!). Procedo.

Ora il sistema mi invita a scegliere quale metodo di pagamento utilizzare tra vaglia, bonifico, carta di credito, etc. Desidero pagare con carta di credito, opzione che riporta esattamente la seguente nota:

Carta di Credito/PayPal/Postepay (commissioni +3%)
*** ATTENZIONE X PAGAMENTI PAYPAL VEDI NOTA QUI SOTTO ***

Al termine del pagamento su Paypal clicca su “torna al sito GiochinScatola” per la conferma finale dell’ordine. In ogni caso scriveteci se non ricevete conferma con il Vs numero d’ordine via email da GiochinScatola.it entro 24h

Quindi scopro ora che dovrei pagare il 3% in più sul prezzo del prodotto, cioé 0,30 euro aggiuntivi. Lo trovo ingiusto (ad esempio Banca Sella lo vieta nei suoi contratti, certo con altri scopi, ma tant’è), specie se comunicato a questo punto del processo di ordine, tuttavia decido di continuare lo stesso perché il mio totale è molto basso.

Ricapitolando dovrei spendere: 9,95 di prodotto + 0 di spedizione perché ritiro al pickup point + 0,30 di commissioni. Continuo e arrivo al pagamento vero e proprio, inserisco i dati della carta e concludo correttamente l’ordine come richiesto nella nota. Risultato? Il gateway di pagamento mi addebita 9,95 euro di prodotti + 0,65 di commissioni (non 0,30 come indicato), inoltre Paypal mi carica la carta di credito di 1 ulteriore dollaro per la transazione (anche questo non è menzionato sul sito).

Certo 1,35 euro in più non è nulla, per carità, e sono certo che non ci sia malizia da parte del merchant, ma si tratta comunque di un grosso grosso grosso difetto di comunicazione e di trasparenza. Infatti bisogna tener conto che queste piccole esperienze negative non danneggiano solo il sito in questione, ma l’intero settore, in quanto contribuiscono a creare un’idea sbagliata e negativa di quello che invece è la vendita online. Come se non bastassero la TV ed i giornali…

BuyVip: sconti e condizioni

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Oggi un amico mi ha fatto vedere un prodotto in vendita sul sito BuyVip.com ed ho deciso di iscrivermi. Il sito in questione permette di acquistare prodotti di marca con forti sconti, probabilmente grazie a stock e ad un elevato volume di vendita. Le offerte vengono pubblicate con frequenza, ma hanno una durata limitata nel tempo. Insomma davvero un mix perfetto infatti da qualche tempo servizi simili stanno spopolando sul web.

Inizio la fase di registrazione. Il modulo permette di indicare la persona che mi ha suggerito l’iscrizione al sito, allora informo il mio amico della presenza di un sistema referral e cerchiamo informazioni in merito. Il mio amico si collega a BuyVip ed entra nel sito fornendo il suo nome utente e password, subito trova nella colonna di sinistra un riquadro molto in evidenza che dice “Invita un amico e vi daremo 10€ ciascuno!“, appena sotto c’è il form per inserire la mail dell’amico (io) a cui mandare il suggerimento ed il pulsante per inviare.
Ecco l’immagine di come appare in questo momento il box per l’invito:

BuyVip: screenshot del riquadro per invitare un amico

Questa è una delle strategie più semplici, economiche e conosciute per l’acquisizione di nuovi utenti per un sito: chiedere l’aiuto delle persone già iscritte. In cambio di questa collaborazione viene normalmente offerto qualche vantaggio come uno sconto sull’acquisto, l’accesso a funzionalità premium, contenuti riservati e così via. Nulla di male, anzi un ottimo strumento per entrambe le parti.

Purtroppo però in quel riquadro non ci sono indicazioni aggiuntive, così, sia io che il mio amico, pensiamo di ottenere uno sconto di 10 euro a testa sul prossimo ordine. La realtà si presenta non appena arriviamo a completare l’ordine. Prima di tutto occorre che io, l’invitato, porti a termine un ordine perché il mio amico, lo sponsor, riceva i 10 euro di sconto promessi. Poi l’ordine deve raggiungere un valore minimo di 50 euro, spese di spedizione escluse, per usufruire del famoso sconto. Insomma due condizioni piuttosto vincolanti.

Infatti cercando meglio sul sito scopriamo che dal menu in alto “Invita” si accede ad una pagina con un altro form per invitare gli amici, qui è presente un asterisco ed un link alle “Condizioni” legate a questo sconto.

Conclusioni

Per gli addetti ai lavori risulta subito evidente l’impossibilità di regalare uno sconto senza essere sicuri di aver acquisito un utente vero ed univoco, purtroppo l’unico modo per ottenere questa certezza online è la conclusione ed il pagamento di un ordine. Altrimenti nulla ci vieterebbe di truffare il sistema creando 100 indirizzi fasulli e registrando i relativi utenti per ottenere uno sconto più corposo. Tuttavia queste considerazioni non sono comuni a tutti coloro che utilizzano internet quotidianamente, per questo è importante aggiungere nel famoso riquadro un link ben visibile alle condizioni (dannati asterischi!!).

ING Direct batte Fineco 1 – 0

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Ultimamente ho avuto a che fare con tutte le mie aziende preferite a causa di modifiche alle utenze, agli indirizzi, etc. Ho notato però una cosa curiosa che potrei riassumere scherzosamente così: se ING Direct è 2.0 Fineco è decisamente 1.0! 😛 Eh sì, posso proprio dirlo.

Battute a parte, in questo veloce quanto superficiale confronto tra banche online basato sulla mia esperienza, posso dire che Fineco pur essendo molto avanti rispetto a tutti gli altri istituti, soffre ancora di quella burocrazia cartacea tipica del suo settore. Ad esempio per chiudere un conto, spostare un’utenza, richiedere l’estinzione di un investimento e così via ha sempre bisogno di un fax (+ telefonate) e di tempi assurdi come 30/45 giorni.
A questo punto mi domando con quale incredibile tecnologia la stessa Fineco riesca, senza problemi, ad attivare un qualsiasi servizio-investimento del suo catalogo in maniera veloce e rigorosamente online. Ecco, io odio le avversità in uscita!

D’altro canto ING Direct risponde in molto meno di 24 ore alla mia mail di richiesta informazioni indicando una procedura passo passo per completare totalmente online la mia richiesta di modifica conto, inoltre mi offre supporto telefonico gratuito anche se chiamo da cellulare (mentre Fineco mi fa pagare la tariffa urbana se sono un cliente già acquisito che chiama dal telefonino, ovviamente la chiamata è gratuita per i possibili clienti).

Uff… se penso a quante volte ancora mi capiterà di essere vittima della burocrazia mi viene un brivido. E intanto il tempo passa e io pago! 🙁
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