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Di usabilità, pattern diffusi, famigliarità e furbizia

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Ho appena cliccato su un annuncio pubblicitario. Mi aspetto di arrivare su una pagina con maggiori dettagli che approfondiscano l’offerta e invece trovo una pagina opacizzata con un riquadro in sovra-impressione. Non riesco a leggere nulla dei contenuti in secondo piano (anche se li percepisco come di mio interesse), ma il riquadro è chiarissimo: per procedere devo inserire alcuni dati personali.

Ordinaria amministrazione? 🙂 Si tratta di una landing page coordinata con la campagna pubblicitaria, il cui obbiettivo è il lead, ovvero raccogliere i dati degli utenti. Per accedere ai contenuti ci sono due strade: 1) compilare il modulo 2) cliccare sul relativo pulsante “Chiudi” o sulla tradizionale icona “X” in maniera da rimuovere il riquadro.

Overlay pubblitario su: Dzineblog

Per convenzione, il pulsante di cui parlo viene posizionato in alto (di solito a destra e dentro il riquadro da chiudere) e se prevede un’etichetta testuale utilizza l’idioma corrente o un’icona rappresentativa dell’azione. Chi progetta l’esperienza utente online lo sa bene, e in alcuni casi ne approfitta. Così, l’utente poco pratico – che non ha voglia/pazienza di cercare il pulsante per chiudere – a volte compila il modulo o clicca sulla pubblicità. Per sfinimento.

Overlay pubblitario su: Smashinghub

Ottimo: un lead (o un clic) in più! Ma poi, parliamoci chiaro, quanto renderà nel tempo un utente che ha cliccato o si è iscritto forzatamente a causa di un trucchetto di bassa lega? E’ un po’ come relegare le informazioni di contatto in una zona poco visibile del sito, per evitare che i visitatori le utilizzino con frequenza. Già sentito, eh. 😉

Ironia a parte, tutto questo porta a pensare al proprio sito/shop e a porsi domande come: le funzionalità e le informazioni sono tutte al loro posto, cioè dove la gente si aspetta di trovarle? E quando non si trovano “al loro posto”, ho scelto di fare così o si tratta di un caso/errore?

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